venerdì 30 ottobre 2009
Nave dei Veleni, non abbassare la guardia
sabato 10 ottobre 2009
Convention nazionale socialista:

"UN PARTITO SOCIALISTA PER UN NUOVO CORSO DELL'ITALIA"
Intervento di Nicola Carnovale
Cari Compagni,
intraprendiamo questa nostra iniziativa in uno dei frangenti più difficili e delicati della storia politica, economica e sociale del nostro paese.
La crisi economica mondiale sta dispiegando con tutta la sua dirompenza e drammaticità i suoi effetti. Se l’America obamiana sta affrontando il dopo crollo con fiducia e riforme, non ultima quella sanitaria, in Europa, gli atteggiamenti sono tra i più disparati, con il riaffacciarsi di inquietanti politiche protezionistiche di memoria colbertista.
In questo contesto, l’Italia, non spicca certo per la sua originalità.
La nostra, é una delle economie più lente dell'area euro da un ventennio. E questo, non solo nei frangenti post-crisi. Cresce poco nei periodi floridi e perde molto nei periodi di recessione. La strategia nostrana all’insegna del galleggiamento, quindi, non può certo bastare per un paese le cui ambizioni non possono e non devono certo essere commisurate alle capacità delle sue attuali classi dirigenti.
Nei mesi che verranno, la situazione sarà ancora più difficile. La ripresa dei mercati non coincide con quella dell’economia reale. Le tensioni sociali sono destinate a crescere ed accendere nuovi ed inquietanti conflitti. Senza dilungarmi oltre vorrei rammentare i dati sulla disoccupazione.
I dati Istat sul secondo trimestre dell'anno indicano una crescita del 7,4% e le previsioni dell'Ocse per il 2010 indicano un impietoso aumento al 10,5%. Aggiungete a questo un Pil a livelli da dopo guerra e un indebitamento che schizzerà al 120%. C’è qui il preparato per una miscela altamente esplosiva.
Serve quindi adoperasi subito per far ripartire il paese.
Questo, lo si fa non con i proclami e le apparenti buone intenzioni bipartisan nei salotti televisivi - magari tra una sfuriata e l’altra – ma lo si deve fare programmando una serie di interventi shock. Servono le c.d. riforme strutturali, quelle di cui tutti in questi anni hanno parlato, ma che nessuno ha fatto, pur proclamando in questa sterile alternanza bi-polare l’avvento di stagioni di pseudo riforma e controriforma.
Con una differenza (e consentitemi una battuta!) “La riforma e la controriforma nella chiesa nel XIV secolo nacquero, per arginare il fenomeno della corruzione e per ridare moralità”.
Qui, nella “Repubblica delle caste” le uniche riforme prodotte sono state ad uso ed a consumo di pochi, non hanno certo risolto la tanto paventata “questione morale” o arginato i fenomeni di corruzione, ma queste, hanno piuttosto stravolto gli equilibri costituzionali, minato le istituzioni, i presidi posti a loro tutela e mortificato la partecipazione democratica ed il ruolo dei cittadini, ridotti secondo lo schema feudale, ad essere vassalli, valvassini e valvassori, secondo i rapporti e le accondiscese dei notabilati politici di turno.
Da riformisti veri e da gente libera, che non ha corporazioni o interessi terzi da tutelare, non possiamo non essere noi i laici predicatori di queste necessità in un quadro che vede l’interesse collettivo destinato all’oblio.
Dobbiamo sapere indicare quindi priorità e campi di azione.
Urge una riforma organica e completa del mondo del lavoro.
Bisogna garantire flessibilità, sicurezza previdenziale (con una riforma organica degli enti preposti) e servono ammortizzatori sociali certi, che sono imprescindibili dopo una grave depressione economica.
Bisogna riportare al centro dell’attenzione quella che una volta veniva chiamata “la politica salariale” spesso dimenticata dai sindacati confederali, affaccendati nei tavoli istituzionali e con lo sguardo alla politica.
Serve quindi un nuovo modello di contrattazione decentrata e non certo la riproposizione delle vecchie gabbie salariali retaggio culturale e politico di chi vuole un’Italia a due velocità, senza capire che così il paese non cresce, condannandolo senz’appello ad un ruolo marginale in Europa e nel mondo.
Serve un miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto quello universitario, che prepari e formi al mondo del lavoro, non affetto da logiche campanilistiche e senza più baronati sempre pronti ad urlare, chiunque governi, per difendere posizioni acquisite e privilegi.
Ciò è cruciale per un paese che vuole avere un futuro, anche perché, la scuola, è la palestra ed il laboratorio della democrazia.
Da parte nostra, non dobbiamo temere di parlare di merito sol perché qualcuno potrebbe farneticare asserendo che siamo “di destra”. Basta con queste sciocchezze! Destra e Sinistra, come le abbiamo conosciute, ossia categorie di pensiero del ‘900 - in presenza di una società sempre meno ideologizzata e politicizzata - valgono poco se il confronto avviene dentro vecchi schemi sterile e posticci, e non affrontano invece i problemi dei cittadini.
Merito, ad esempio, fu la grande key-word socialista del nuovo corso. Ed è giusto che gli eredi di quella esperienza si riapproprino di questa declinandola nella società del XXI secolo.
E’ l’unico modo per mettersi in sincronia con il paese e con la mia generazione. Una generazione, concedetemi il gioco di parole, disillusa perché troppe volte illusa. E’ la generazione Erasmus e low cost, che viaggia nel mondo, vive all’estero, ha capacità, esperienza. Fa quindi paragoni e meglio capisce i disagi, le difficoltà, le condizioni del nostro paese. Comprende troppo bene, che in questo paese, così com’è, chi nasce in condizioni svantaggiate ha sempre più maggiore difficoltà per realizzarsi.
Un rapporto presentato solo tre giorni fa, segnala - senza scoprire per altro l’acqua calda - come il 70% dei ragazzi che hanno i migliori risultati provengono da famiglie agiate. “Il 44% degli architetti è figlio di architetti. Il 42% di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai. Il 60% dei farmacisti è figlio di farmacisti”.
E’ una vergogna. E’ la conferma di quanto asserivamo prima, ossia che viviamo in una società medievale, senza alcuna mobilità, che costringe i deboli ad una perenne condizione di minorità. Quanto pensiamo che possa essere ancora tollerato tutto ciò?
Si pone un problema di uguaglianza, che va inteso ed affrontato non come nella vecchia teorizzazione marxista di una società livellata, ma come pari condizioni di partenza per tutti, proprio come recita la nostra carta costituzionale.
A queste nuove generazioni, prive di ogni rappresentanza politica e sociale, nonché di speranza, i socialisti devono saper dire: “Riappropriatevi della politica”. Ricostruiamo insieme spazi di partecipazione e luoghi di confronto fuori da vecchi dogmi e da nuove barriere.
Dico questo perché non vorrei che il bi-polarismo che ha corroso ed avvelenato la vita politica del nostro paese, corroda anche le nostre menti e quelle delle generazioni avvenire, e faccia insanamente pensare che esso possa o vada applicato anche all’idee, alle soluzione di problematiche che dovrebbero essere invece condivise.
Appare curioso che chi guarda sempre oltre oceano per emulare in Italia fenomeni difficilmente trasmutabili nel vecchio continente, dimentichi poi il monito di Roosevelt, che asseriva che “non c’è un modo di destra o di sinistra per costruire case, ponti, strade,ecc. c’è un modo giusto o un modo sbagliato”. In Italia, invece, sanno anche litigare e speculare sulle disgrazie e sull’emergenze.
Il nostro sistema politico, in pieno stato agonizzante, ha generato un perenne clima di scontro ed una balcanizzazione della vita del paese. Le motivazioni, non vanno ricercate solo nell’oggi, ma bisogna andare a ritroso fino alle sue origini.
Quasi un ventennio fa, è nato un sistema alla cui base vi era l’antipolitica e l’esaltazione degli “ismi” (giustizialismi, populismi, estremismi) basato sull’ambiguità e sulla doppia morale. La sua tentata revisione in corso è risultata finanche peggiore, con l’ accentuazioni dei suoi caratteri antidemocratici ed autoritari.
La crisi democratica è stata poi sistematicamente implementata da leggi elettorali maggioritarie e bipolari che hanno travolto i partiti veri, che progressivamente, hanno perso la loro funzione nazionale, creando così un vulnus proprio nel Mezzogiorno.
Diventa così ancor più drammatica la mai risolta “questione meridionale” che emerge oggi in tutta la sua dirompenza, presentandosi come emergenza democratica – legalitaria, prima ancora che problema di ordine economico, e che viene posta strumentalmente da taluni solo per una rivendicazioni di fondi.
Una forza socialista, vocata per storia e tradizione all’interesse nazionale, che non ha avuto responsabilità primarie di governo in questi anni, ha tutte le credenziali per poter rappresentare una forza di cambiamento credibile, specie se saprà anche porre con decisione la necessità di un nuovo assetto politico ed istituzionale de paese.
Ciò è imprescindibile se vogliamo dare risoluzione ai continui conflitti che si verificano tra i poteri e gli organi dello Stato, che rappresentano uno dei mali cronici di questo paese, come le vicende di questi giorni, dimostrano fin troppo chiaramente.
Bisogna ripristinare le soglie di garanzia previste dalla Costituzione per l’elezioni degli organi super parters e per le riforme costituzionali, evitando che esse coincidano con le maggioranze di governo. Servono regole e non proclami di buone intenzioni tra le coalizioni, che oltre a lasciare il tempo che trovano, devono fare i conti con gli estremismi che hanno sempre caratterizzato le pagine più buie della storia.
Compagni, non la faccio lunga e mi appresto a concludere.
Questa sfida che oggi lanciamo ha forse il sapore dell’amaro, perché è forte in noi il peso delle sconfitte passate figlie di errori che troppo spesso non abbiamo saputo evitare e fare evitare.
Su tutti, ed è bene che lo diciamo, pesa il fallimento di una Costituente socialista che aveva entusiasmato e dato speranza a migliaia di militanti, me compreso, ma la refrattarietà alla politica di taluni dirigenti ha vanificato gli sforzi. Quello che è venuto dopo ed avviene oggi, è ancor più misero perché nulla riguarda la politica, ma è solo nella logica del “tengo famiglia”!
Oggi ripartiamo e ci incamminiamo in sentieri impervi, ma non siamo certamente orfani e sbandati, differentemente ad altri, perché profonde sono le nostre radici e profonda la convinzione di essere su la strada giusta, che si da il caso, sia anche l’unica per chi crede, come noi crediamo, con la forza della ragione e non solo dei sentimenti, nella necessità che in Italia vi sia una forza socialista, laica, liberale.
Tutti i tentativi post tangentopoli di ricostruzione di una forza socialista si sono imbattuti nella nefasta scelta bi-polare. Noi, oggi, rifiutiamo con forza questo schema e diciamo al paese che i socialisti si riprendono la loro autonomia, che è propria delle pagine più belle ed esaltanti della loro storia, che non è né isolazionismo né opportunismo, ma è libertà di elaborazione prima e di alleanza dopo.
Questo è il senso del nostro agire. Come recitava una vecchia massima socialista “Fai quel che puoi, succeda quel che deva”! Noi, faremo tutto quanto nelle nostre possibilità.
Nessuno di noi sa cosa ci attende nel futuro, ma certamente esso non può essere peggiore del recente passato. Gambe in spalle compagni, la strada è lunga. Le condizioni sono favorevoli. Speriamo anche la sorte. Il vento del socialismo soffia ancora.
Nicola Carnovale
lunedì 14 settembre 2009
Carnovale: C'è da rifare l'Italia!

"L'iniziativa del 10 ottobre, promossa da varie componenti socialiste autonomiste, tra tutte quelle di Zavettieri e Craxi, segna la fine ideale di un ventennio, iniziato con la caduta del muro di Berlino, in cui nel paese si sono alternate rivoluzioni e controrivoluzioni, ma dove sostanzialmente tutto e' rimasto bloccato nonostante i profondi mutamenti economici e sociali". È quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, della segreteria nazionale de "I Socialisti". "Ad una stasi totale di riforme di sistema - prosegue Carnevale - si e' associato in questo ventennio un costante e progressivo imbarbarimento della vita politica del paese e di una inquietante involuzione democratica, nonche' una vera emergenza legalita', specie in talune regioni del Mezzogiorno, abbandonate al loro destino da politiche nazionali inesistenti, quando non disgreganti. Il tutto, frutto di una transizione politica infinita e da un sistema politico bipolare fallimentare, con sprazzi velleitari di tentato bi-partitismo, che non assicurera' piu' nel futuro neanche l'alternanza tra le due forze speculari. Parafrasando Garibaldi - conclude l'esponente socialista - diciamo che 'c'e' da rifare l'Italia'. È per questo che ci rimbocchiamo le maniche e chiamiamo alle armi il prossimo 10 a Roma, al teatro Eliseo, mille garibaldini socialisti".
lunedì 20 luglio 2009
“UN PARTITO DEL SUD? UTILE A COPRIRE I FALLIMENTI DELLE CLASSI GOVERNANTI”
di Saverio Zavettieri e Nicola Carnovale
Un anno fa, quando nacque “Mezzogiorno Tradito”, imperava sulla scena nazionale la “questione settentrionale” con un mezzogiorno ridotto al silenzio ed a semplice spettatore. Lo stesso copione si è ripetuto con l’approvazione del disegno di legge in materia di federalismo fiscale con i rappresentanti meridionali proni e subalterni dinnanzi ad una presunta rivoluzione dolce che dovrebbe portare ad un nuovo “rinascimento”. Così non era e non può essere, se non altro per l’assenza di un personale politico idoneo ad affrontare tale sfida. Solo ora, e senza pudore, i Governatori del Sud ed esponenti politici meridionali di governo e di opposizione, scoprono che il Mezzogiorno vive una condizione di abbandono e di degrado, frutto del destino cinico e baro e non invece dell’insipienza delle forze che da oltre quindici anni si sono alternate al Governo del paese e delle Regioni; e che lo stesso reclama a gran voce una nuova rappresentanza degli interessi e delle istanze che provengono dal suo territorio. Un “Partito del Sud” composto e gestito dai maggiori responsabili della crisi di credibilità attuale? Un partito, che scimmiotti all’inverso ed evochi per se, ruolo e funzione, della Lega Nord? A parte chiederci chi sarà il nuovo ideologo del nascente partito, e quale lo sdlogan di lancio - magari “cchiù pila pi tutti” parafrasando il comino Albanese - appare difficilmente ipotizzabile che possa bastare un partito, specie se nato dalle viscere di coloro che portano la responsabilità dello sfascio, Governatori in primis, per risolvere un problema reale ed incombente quale la ripresa economica, civile e democratica delle Regioni meridionali. La nascita della Lega di Umberto Bossi, avviene in un contesto di delegittimazione della politica e del suo ceto con la rivendicazione di istanze territoriali, ed a questi segue la nascita di un movimento di protesta, che, al di là dei successivi giudizi politici, nasce dal basso ed il suo operato diviene credibile anche perché fuori dalla gestione del potere e perché rappresentata da una nuova classe politica. Questo “Partito del Sud” – invece -ammesso e non concesso che veda la luce, nei termini e nelle modalità con cui si prospetta, è l’ennesimo tentativo strumentale di un nuovo notabilato elettivo di memoria giolittiana utile a coprire il suo totale fallimento. Il balletto infinito della riproposizione egoistica di piccoli interessi localistici, coincide esclusivamente con quelli di grandi e piccole consorterie di potere, fuori da ogni controllo e legittimità popolare e non già nell’interesse di un mezzogiorno tradito dalle sue classi governanti e da un sistema politico che di fatto nega ogni sua rappresentanza politica. La risposta adeguata, ad un problema di carattere nazionale, non può essere la contrapposizione di una “Lega Sud” contro una “Lega Nord”, ma è invece necessario che i partiti nazionali recuperando tale dimensione e svolgano il loro ruolo nell’interesse generale. Tale ruolo è venuto meno alle due maggiori formazioni politiche (Pd e Pdl) rivolte con la testa ed il cuore verso altre aree del paese, nonostante allo stato contino sulla maggioranza degli elettori. Senza una forte presa di coscienza nel Mezzogiorno il rischio di una involuzione civile, politica e democratica - senza ritorno - appare inevitabile. Assistiamo in quest’area del paese ad una vera emergenza di ordine democratico – legalitario, ancor prima che sociale ed economica. Essa riguarda non solo la commistione tra politica e mafie, il cui confine diviene sempre più labile - con le criminalità organizzate che non si accontentano più di operare un’azione di condizionamento esterna, ma si rendono attori diretti nella vita politica ed istituzionale - ma interessa lo stesso modello di organizzazione e di ricerca del consenso. Un modello consociativo, trasversale, votato al saccheggio delle risorse pubbliche e clientelare, la cui prova è rappresentata dalle immutate condizioni delle Regioni del Sud anche dopo la pioggia di fondi europei. La responsabilità della scomparsa del Mezzogiorno dall’agenda nazionale e l’incapacità di proporre strategie nuove ed efficaci - a partire dallo strumento fiscale - è una prerogativa dei Governatori in primis, privi di idee e senza le carte in regola. Come potrebbero Bassolino, Lombardo o Loiero e Vendola, sotto scacco per i debiti e le cattive gestioni di cui sono responsabili - sanità e non solo - lanciare la sfida del cambiamento? Appare per questo risibile l’idea di un “Partito del Sud” ad opera di questi signori, o di esponenti di Governo che per puro calcolo difensivo e di sopravvivenza si ergono a paladini del Mezzogiorno e della sua volontà di rinnovamento. Altri sono chiamati a svolgere questa missione.
Saverio Zavettieri - Nicola Carnovale
Tratto da L’Avanti e Calabria Ora
mercoledì 15 luglio 2009
Carnovale: Veltroni sbaglia su presunto errorre di Craxi

Carnovale (Socialisti): Approfondire opera revisionistica su Craxi Roma, 15 LUG (Velino) - "L'opera revisionistica della figura del leader socialista e statista Bettino Craxi, non puo' che essere positiva e va approfondita e continuata, non solo per ridare il giusto tributo alla figura politica e personale del leader socialista, ma per ricordare il grande ruolo e la grande funzione che hanno sempre svolto i socialisti italiani". È quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, membro della Segreteria dei Socialisti, che aggiunge: "Altri possono essere gli sbagli compiuti da Craxi e i socialisti ma non certo quello segnalato da Veltroni nel suo intervento, privo di un 'mea culpa', ossia quello di aver avversato l'avvento per via referendaria di un nuovo sistema politico bi-polare, che, come dimostrato dagli accadimenti dell'ultimo quindicennio, ha rappresentato e rappresenta il cardine su cui si e' avvitata la democrazia italiana stravolgendo il funzionamento ed il ruolo delle istituzioni e degli istituti posti a sua tutela, trascinando il paese in un clima di perenne guerra civile e determinando di fatto una paralisi sul piano delle riforme di sistema necessarie al paese". "Non ci meraviglieremmo - conclude Carnovale - se negli anni avvenire venisse riconosciuto allo stesso Craxi e ai Socialisti, come sempre a babbo morto, anche questo merito".
martedì 7 luglio 2009
Pd: Il "nuovo che torna" il "vecchio che avanza"

di Nicola Carnovale
L’avvio del dibattito congressuale in casa Pd ha del surreale. Non solo per le modalità previste dal macchinoso statuto dei democrats all’insegna del più folle autolesionismo, quanto per l’assurda contesa tra “vecchio che avanza” e “nuovo che torna”. Entrambe le categorie, oltre ad essere molto labili e contraddittorie nella forma e nella sostanza, appaiono, diversamente alla dialettica hegeliana, destinate a non generare alcuna sintesi. Questo, non solo per una banale quanto legittima forma di masochismo che accompagna la storia della sinistra italiana nel suo complesso – da cui difficilmente riuscirà a smarcarsi nel medio periodo – quanto per la difficoltà, se non l’impossibilità assoluta, di con coniugare forzatamente il vecchio con il nuovo, o meglio, ciò che fu, con ciò che dovrà essere, specie nell’indefinitezza di quest’ultimo. La storia ci insegna che i processi di cambiamento si materializzano sempre in seguito a forti “ropture”. In tal senso, il secolo scorso è maestro. L’atto di nascita del Pd non è stato contrassegnato da alcuna discontinuità, né politica, né culturale, né tantomeno generazionale, pagando oggi, ancor più di ieri, il suo peccato originale. E’ il figlio, in continum, di due nomenklature malate, di due partiti che avevano esaurito la loro funzione e che hanno pensato bene di convogliare in un matrimonio di interesse, pensando che l’infausta unione sommasse le forze e non anche le debolezze reciproche. Tanto più, la sua nascita, come segnalato dallo stesso Veltroni, è stata intempestiva, ossia alla conclusione della stagione dell’Ulivo, che nel bene e nel male ha rappresentato una parentesi, felice e breve quanto drammatica, della recente e poco esaltante storia della sinistra. Gli amalgami tra Ds e Dl, presenti all’interno delle due categorie sopradette per la scalata al Pd, che vede contrapposte le cordata Bersani – D’Alema insieme a Bindi,Letta e Levi e quella Franceschini – Marini con Veltroni, Fassino e Cofferati, non sono il frutto, come potrebbe erroneamente apparire, di una contaminazione e di una elaborazione politica e culturale tra personalità di disparata provenienza. Essa è piuttosto una reiterata lotta di bande tra nomenklature, accordate al loro interno su logiche di spartizione e di gestione. L’involucro teorico-culturale di entrambe cordate è il nuovismo (senza il nuovo, ovviamente!) declinato nelle sue diverse forme, più o meno enfatizzate ed estremizzate, con colpi bassi e demonizzazioni all’ordine del giorno, in una sorta di riproposizione tutta interna dell’antiberlusconismo. Un dantesco contrappasso. Ovviamente, vi è anche spazio per riproporre, in pieno nuovismo, vecchi duelli e nuovi rancori, vecchie ambizioni e nuovi interessi. Ma un dato è assodato. Nella guerriglia, allo stato, non emergono posizioni politiche e piattaforme in grado di presentarsi quale base alternativa né per le ambizioni di governo del paese, né per la più realistica opposizione verso quello attuale. A meno che, non si voglia elevare a rango di piattaforma di programma l’evocazione di qualche “lenzuolata” piuttosto che i proclami salvifici di aver conquistato una sonora sconfitta anziché una disfatta. Lo stesso tema delle alleanze, che dopo la scelta di corsa solitaria veltroniana ha tanto scaldato gli animi, appare residuale innanzi ad un quadro politico che vede queste come necessarie ed indispensabili, al di là delle diverse geometrie con cui esse si dovranno costruire già alle prossime tornate regionali. In questo contesto il “nuovo che torna” non è altro che un nuovo che guarda caso coincide col presente, ed il “ vecchio che avanza”, infondo, non è mai andato via. Ma tutto diventa pur lecito per conquistare il vascello fantasma. Ma i fantasmi, non fanno più paura a nessuno ed appartengono ad un mondo che non esiste.
giovedì 2 luglio 2009
Verso quale sistema politico?

di Nicola Carnovale
Ad urne chiuse e a dati consolidati, sarebbe stata indispensabile una profonda riflessione destinata a chiedersi in quale direzione corre il nostro sistema politico. I dati nel complesso, e quello referendario in particolare, consegnano ad una classe politica debole quanto conflittuale, gli strumenti idonei per capire in che modo si può scrivere la parola fine ad una transizione che dura ormai quasi un ventennio.
Le elezioni politiche dello scorso anno, avevano indotto molti incauti sostenitori del partito del bi-partitismo più o meno esasperato a cantare vittoria, considerando quel risultato il punto di arrivo della trasformazione del sistema italiano. Peccato che tale canto non sia stato accompagnato da valutazioni che tenessero conto delle modalità (utilizzo capestro della legge elettorale) e del contesto politico (elezioni anticipate e grande conflittualità nella compagine che di governo) in cui esso è maturato.
Non può quindi meravigliare se, a meno di un anno, anche grazie alla massiccia astensione che condiziona il risultato europeo, quell’approdo bipartitico appare del tutto irrealizzabile – anche per via dello stato comatoso di uno dei suoi attori – e sembra essere ripresa una navigazione in mare aperto verso lidi ignoti e sconosciuti.
I dati della tornata europea ed amministrativa ci consegnano un paese in cui avanza il blocco di centrodestra con un ruolo dominante della Lega laddove presente, ed un Pd, in piena crisi, che perde centinaia di amministratori locali (si ridisegnano così anche nuovi rapporti di forza all’interno dell’Api e dell’Anci) sempre a metà strada tra una vocazione maggioritaria agognata ed un blocco di alleanze ancora indefinito.
Ma il dato più interessante è quello referendario, e non certo per il suo esito che appariva scontato alla vigilia del voto. Il referendum, che ha registrato in origine la corsa ai banchetti di esponenti di primo piano della vita politica, registra il fallimento più clamoroso dalla storia, con la più bassa percentuale di partecipanti. Un dato non pronosticabile visto non solo il grande can can di cui ha goduto, ma anche e soprattutto per l’impegno profuso dai due contenitori maggiori. Impegno presente e sotterraneo anche in taluni settori del PdL – con il voto dello stesso Berlusconi come tacita indicazione – e ancor più spinto ed interessato dal PD, nascosto invece dietro il paravento dell’utilità del mezzo referendario come strumento per scardinare il porcellum.
In tal senso, la massiccia astensione non è certo il de profundis dell’istituto referendario come asserito incautamente da qualcuno, ma tutt’altro. Questa, non può certamente essere ascritta in via esclusiva al partito del “non voto”, come buona parte va attribuita alla troppa tecnicità dei quesiti proposti al corpo elettorale.
Ma di certo, il dato nel suo complesso è assai significativo di una volontà e di un orientamento maggioritario, che non accetta che la vita democratica del paese – che democratica non è – possa essere gestita come bene proprio indisponibile a terzi, da due signori, chiunque essi siano. E’ un fallimento che pochi anno avuto il coraggio di ascrivere pubblicamente ai due maggiori, alla loro gestione ed alla loro capacità di essere alternativi nel governo del paese ed al modello politico da essi auspicato ed imposto in taluni frangenti.
Il tutto, invece, sembra essere caduto già nel dimenticatoio, mentre avrebbe dovuto far imboccare repentinamente la strada di una riforma della legge elettorale pluralista, rappresentativa, che consenta di avere maggioranze coese e governabilità e restituisca ai cittadini la scelta del proprio rappresentante. Una riforma elettorale, accompagnata da riforme istituzionali, che non sia ad uso, tutela e conservazione del nuovo pentapartito insediatosi nelle istituzioni del paese ma possa invece dare rappresentanza anche a quei soggetti minori, oggi fuori dalle istituzione parlamentari nazionali ed europee, che godono del consenso di una parte cospicua e crescente dell’elettorato, come la tornata europea ha plasticamente registrato.
In sostanza, un sistema totalmente diverso da quello esistente. E’ questa la strada, indicata dai cittadini. Essa può segnare l’avvento di una nuova stagione ed il raggiungimento di un sistema politico maturo conforme al sentimento ed alla cultura del nostro paese, ridando prospettiva ad una democrazia da ricostruire e nuova linfa vitale ad istituzioni in piena crisi di credibilità.
Ma siamo pronti a scommettere, che nella piena tradizione italica, si seguiranno altre strade?
Assemblea degli auto-convocati di Chianciano - Carnovale, democrazia da ricostruire

“La democrazia italiana non è in uno stato di emergenza perché essa è stata distrutta e va ricostruita”.
E’ quanto afferma Nicola Carnovale, membro della Segreteria nazionale de “I Socialisti” intervenendo a Chianciano all’Assemblea dei Mille-Autoconvocati”.
“Vogliamo costruire un progetto alternativo? Bene – prosegue Carnovale. Dobbiamo partire proprio dalla ricostruzione della nostra democrazia, la cui morte va ascritta alla novellé politique, dicendo chiaramente che essa non si ricostruisce con cartelli di “mutuo soccorso” per la tutela e la conservazione del residuale, o il superamento di qualche soglia di sbarramento, ma con una terapia shock fatta di riforme di sistema”.
“Bisogna farlo partendo dal Mezzogiorno, dove l’emergenza è prima di ordine democratico e legalitario - delle modalità e degli strumenti con cui si forma il consenso - che di ordine economico e sociale. La risoluzione della prima è condizione basilare della seconda, nell’interesse nazionale. In questo – conclude Carnovale - spiegatemi in cosa sono diversi Lombardo da Vendola o Loiero da Bassolino”.
lunedì 22 giugno 2009
Gli elettori hanno salvato (temporaneamente) la democrazia

La stragrande maggioranza dei elettori ha dimostrato grande saggezza nel non recarsi alle urne, e non perche' impegnati in gite fuoriporta o disinteressati e incompetenti, ma, comprese le insidie e i rischi di quesiti che piu' che abrogare introducevano subdolamente una nuova disciplina elettorale e un nuovo assetto politico e istituzionale, ha scelto di salvare la democrazia italiana, gia' profondamente malata". È quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, membro della Segreteria nazionale de "I Socialisti". "Un'astensione cosi' massiccia - prosegue Carnovale - e' un chiaro pronunciamento del corpo elettorale ed e' quindi fuori luogo cantare in questa circostanza il "de profundis" dell'istituto referendario. Facciano piuttosto ammenda i referendari e rammentino che gli italiani hanno buona memoria e non posso dimenticare l'esito nefasto che ha avuto sulla democrazia e il funzionamento delle istituzioni i quesiti di inizio anni '90. Promisero una nuova classe dirigente competente e l'alternanza. Abbiamo invece la sedimentazioni di piccole oligarchie, lo stravolgimento delle garanzie costituzionali, il peggiore consociativismo e la scelta continua del male minore". "Ora - conclude Carnovale - serve una legge elettorale che coniughi pluralismo e governabilita', tenendo ben presente il crescente numero di cittadini non rappresentanti all'interno di alcuna istituzione come si e' ben visto con l'Elezioni europee".
martedì 2 giugno 2009
Cittadini, elettori,
il bi-partitismo con i suoi sodali non ha consentito la partecipazione al voto Europeo della lista “Socialisti Uniti per l’Europa” che, pur in possesso dei requisiti di legge, compresa l’esenzione dalle firme, è stata esclusa illegittimamente – vanificando le decisioni della Cassazione, del Tar Lazio e del Consiglio di Stato.
Ha certamente pesato il colpo di mano compiuto fin dall’inizio dall’Ufficio elettorale del Ministero dell’Interno, le cui responsabilità andranno comunque accertate, che ha spianato la strada all’azione ostruzionistica del Nuovo Psi, mosso dalla paura di perdere la sua piccola rendita di posizione all’interno del Pdl, che solo il richiamo al simbolo socialista può ancora assicurare, sia pure per poco, nelle elezioni amministrative.
Pur soddisfatti ed orgogliosi per il successo ottenuto col l’assegnazione a “I Socialisti” del simbolo storico del Garofano decisa dai diversi gradi di giurisdizione cui siamo stati sottoposti, resta l’amarezza di non poter concorrere direttamente nella consultazione elettorale europea.
Si tratta di una grave e palese ingiustizia provocata da un regime partitocratrico chiuso ed ottuso ad una forza politica autonoma, libera ed indipendente come quella socialista, messa all’indice prima e soppressa oggi, che centinaia di migliaia di elettori e militanti socialisti, democratici, liberali e riformisti, non potranno accettare, come non potranno dimenticare chi si è reso artefice di questo fatto scellerato che per la prima volta, dopo quasi 120 anni di storia, vede l’assenza dei Socialisti dalla competizione elettorale.
Nonostante la forte tentazione all’astensione è comunque doveroso per i Socialisti partecipare al voto per bocciare senza appello il penta - unipartitismo, responsabile della involuzione democratica dell’Italia come della violazione delle libertà e dei diritti sociali, civili e politici dei cittadini (diritto di voto, al lavoro, alla salute, all’informazione, al futuro…) e sostenere quelle forze minoritarie che non cercano un posto a tavola, ma si battono coerentemente contro l’avvento di un sistema falsamente alternativo, trasversale e corporativo, di cui non c’è memoria, nella storia della Repubblica, dalla caduta del Fascismo ai nostri giorni.

